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sabato 23 ottobre 2010

Missionari Ardorini: nati per riempire la solitudine dei casolari dispersi

Lettera di Padre Ermolao Portella, Missionario Ardorino, per 13 anni fra i Campesinos della Colombia e dal luglio 2010 superiore generale della congrezazione dei Pii Operai Catechisti Rurali, meglio conosciuti come Missionari Ardorini.

Garzón, 24 maggio 2010
Carissimi padri Celeste e Carlos Emiro
Un’altra volta vi scrivo di una missione. Non so se perché la missione “tra i casolari dispersi” appartiene al codice genetico di noi Ardorini o se per il filo di simpatía ‘colombiana’ che mi lega a padre Carlos Emiro, che con te divide il lavoro in San Giuseppe. Sono appena ritornato dalla mia terza missione a San Agustin, il municipio di Padre Carlos Emiro, anche se il suo villaggio sta dall’altra parte del profondo canion. Questa volta la missione tiene un nome altisonante: Misión Continental Rural. Ma io ero solo un puntino, in mezzo a 23 missionari sacerdoti diocesani, 56 laici e 2 suore che abbiamo letteralmente invaso il territorio rurale delle tre parrocchie di San Agustin, con oltre 80 verede (villaggi). La macchina é partita: la Mision Continental é tale perché interessa tutto il Continente Americano, il sud, ovviamente, ossia l’America Latina e il Caribe. Questa missione a tappeto é il frutto dell’incontro Conferenza episcopale di Aparecida in Brasile, inaugurato con la presenza del Papa Benedetto XVI, il 13 maggio 2007. Di questo grande movimento missionario, che durerà cinque anni, noi Ardorini siamo solo un granello di povere, o il granello di senape del Vangelo. Peró ci siamo, e siamo un segno che continua a rendere attuale la consapevolezza di don Mauro, nostro Fondatore: “Noi siamo nati per riempire la solitudine dei casolari dispersi”. Non poteva mancare sulle mie labbra questo richiamo esplicito a don Mauro al momento di chiudere la missione e benedire una delle croci, un tronco di sette metri di altezza sul quale hanno lavorato un’intera giornata tre contadini, una croce che perpetuerá il ricordo di questo evento umano e religioso. Sul suo asse, incrociato coi due bracci, fa bella mostra la iscrizione MICIÓN CONTINENTAL 2010. Non importa lo svarione invece di MISIÓN, fissato per sempre, in un momento di mia assenza, sul legno di questa croce, e ne abbiamo piantate tre, in Alto Naranjo, Lavadero e Mirador. Tanto, mición e misión si leggono e pronunziano allo stesso modo, e i miei nuovi amici pronunziano, non leggono. Ora, pensando e usando il cuore e le parole di don Mauro, questi fratelli non sono Più “anime abbandonate”, o, se lo sono e continueranno ad esserlo, non si sentiranno Più tali. Con loro, insieme alle emozioni, agli stimoli e ai messaggi della missione, rimane il segno visibile, quasi sacramentale, di una presenza: la Croce, il Crucificado, che li lega alla Chiesa, con l’acqua e il sangue, Battesimo ed Eucaristía, sgorgati dal suo cuore squarciato dalla lancia. E questo, nonostante che mentre dicevo queste parole dovevo alzare la voce per farmi udire sotto il rombo scoppiettante di un elicottero dell’esercito che da due giorni sorvolava la zona sulle nostre teste. Nella vicina vereda Lucitania c’era stato uno scontro, e la guerrilla si ostinava a impedire i soccorsi a un gruppo di soldati tra cui due o tre con le gambe frantumate. E non sono anime abbandonate perché il missionario, un Ardorino, con il cuore di don Mauro, é entrato nei loro casolari, sparsi che Più sparsi non si può, a “portare la parola di Dio, la presenza di Dio, il pensiero di Dio”. Ho stretto tante mani, ho detto quello che il cuore mi suggeriva in quel momento, verificando dal vivo la verità del Vangelo “non vi preoccupate di quello che dovrete dire, vi saranno messe sulla bocca le parole...”
Padre Ermolao Portella fra i villaggi andini

 Campesinos di Villaricca/Huila - Colombia, che di ricco hanno solo il nome del villaggio
Chiesetta fra le montagne andine
Campesinos al mercato
Padre Ermolao Portella con Brosal
Ho protratto celebrazioni e confessioni, richieste spontanenamente anche da giovani, fino a notte inoltrata; ho fatto cantare le mie stonate filastrocche ai bambini delle scuole o improvvisato con loro la drammatizzazione di un racconto biblico, mentre gli adulti assitevano con interesse, dalle basse finestre senza vetri o, uno alla volta, entravano a occupare le seggiole o i restanti banchi accatastati lungo le pareti. Aggrappandomi al mio lungo bastone, che mi faceva ricordare le lunghe camminate dei campi estivi sulla Sila coi ragazzi di San Giuseppe, quando avevo quarantacinque anni, sono sceso e salito per quei pendii scoscesi e impervi che fanno concorrenza alla montagna Pettoruto. Al rientro a Garzón, avevo tante cose da raccontare, e tanti uditori desiderosi di ascoltare: i novizi e seminaristri nostri, anch’essi, come me, figli di don Mauro, e anch’essi giá presi dalla stessa febbre e giá affascinati dagli stessi sogni, anch’essi giá avvezzi a stringere mani di contadini, a entrare nei loro casolari e riempirli di calore umano e di fede.  É il miracolo del Vangelo che cammina con poveri mezzi umani, e apre cammini insperati.  Padre Portella  
(da vedere anche su http://brosal.wordpress.com/)


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